
Immaginate di entrare in un mondo dove i neonati e i bambini comunicano attraverso un linguaggio universale, fatto di gesti, sguardi, respiri, gemiti, pianti ed espressioni corporee.
Un linguaggio che, talvolta, è sorprendentemente chiaro e preciso, raccontando storie di emozioni e esperienze vissute, spesso legate alle difficoltà incontrate dal concepimento alla nascita.
Questo è il cuore dell’Integrative Baby Therapy (IBT), un approccio che aiuta i genitori a comprendere e rispondere a questi segnali in modo profondo e consapevole.
Quando è utile l’approccio IBT
Spesso i genitori mi contattano perché hanno difficoltà a comprendere e calmare il pianto inconsolabile del proprio neonato, o i suoi stati di agitazione, oppure per problemi legati al sonno o all’alimentazione.
A volte questi comportamenti sono riconducibili a esperienze non ancora integrate dal bambino, legate alla sua storia prenatale o alla nascita.
In altri casi, mentre lavoro nel sostenere lo sviluppo motorio dei bambini , emergono segnali di “Baby Body Language” e “pianto di memoria”, che potrebbero rivelare emozioni non ancora integrate.
In queste situazioni, il mio lavoro consiste nell’aiutare i genitori a osservare e comprendere questi segnali e a rispondere in modo appropriato.
Come si svolgono gli incontri IBT
Ascolto profondo per i genitori
Spiego brevemente alcuni principi dell’approccio IBT e chiedo il permesso di fare domande sulle esperienze della gravidanza e della nascita.
Si apre così uno spazio di ascolto per i genitori: io osservo, chiedo, ascolto con tutti i miei sensi gli effetti che le loro parole hanno su di me, sul bambino e su quello che sta accadendo in quel momento.
Così loro hanno la possibilità di raccontare come hanno vissuto la nascita o la gravidanza, come è stata la loro esperienza, come sono stati: così possono sentirsi ascoltati in modo accurato.
Lo spazio potenziale
Non è solo uno scambio di informazioni che avviene a livello cognitivo, per me è anche un ascolto profondo che coinvolge tutto il corpo e che mi permette di connettermi anche con quello che non viene espresso con le parole.
Questa qualità di ascolto e di presenza apre quello che il mio insegnante Matthew Appleton chiama lo “spazio potenziale”: uno spazio di relazione in cui può emergere quello che ha bisogno di venire alla luce.

La storia emerge dallo spazio potenziale
Successivamente chiedo ai genitori il permesso di prestare attenzione al bambino e alla sua esperienza e di interagire con lui/lei (tutto il lavoro è basato sul permesso e i genitori sanno che in ogni momento possono intervenire o fare domande).
Spesso accade che il bambino entri in risonanza con quello che è stato espresso dai genitori e che esprima attraverso il suo linguaggio corporeo e il pianto alcuni aspetti di quello che ha vissuto durante la nascita o durante la sua vita prenatale.
Baby Body Language e pianto di memoria
In pratica io faccio da interprete per aiutare i genitori a comprendere il Baby Body Language, il linguaggio corporeo del bambino legato alle sue esperienze di nascita o prenatali, un linguaggio preciso che è stato studiato in modo accurato e ci permette di comprendere come il bambino ha vissuto la sua esperienza di nascita o della sua vita prenatale.
Ecco qualche esempio pratico, per comprendere meglio: potremmo osservare che il bambino si tocca ripetutamente alcune zone del viso o della testa e piange, o si inarca all’indietro, spinge verso il basso con i piedi come se pedalasse, ecc.
Questi movimenti potrebbero essere accompagnati da un’emozione o dal pianto e potrebbero essere connessi alla vita prenatale o a una fase della nascita in cui il bambino si è sentito incastrato.
Questo tipo di pianto, il pianto di memoria, a differenza del pianto legato a un bisogno del momento presente (fame, sonno, maggiore o minore stimolazione, ecc.), ha bisogno di essere espresso, tirato fuori, ascoltato in modo empatico ed accurato, non zittito con un ciuccio o distratto da altro.
So che non è facile per i genitori tollerare l’intensità di questo pianto, o comprendere e fidarsi del processo che avviene durante una sessione IBT.
Inoltre non è assolutamente facile mantenere la calma e la presenza quando un bambino piange in modo inconsolabile, per questo è fondamentale ricevere supporto proprio in quel momento.
Ascoltare il pianto

Osservare e ascoltare il pianto di memoria non significa lasciar piangere il bambino da solo, anzi tutt’altro: significa riuscire ad essere pienamente presenti e rispondere in modo empatico alle emozioni così forti e sopraffacenti che esprime.
Attraverso lo sguardo, le espressioni del viso, la voce, o il rispecchiamento gestuale possiamo far sentire al bambino la nostra presenza, e che stiamo comprendendo quello che sente.
Quando riportiamo l’attenzione alle nostre sensazioni somatiche, possiamo tornare a uno stato di presenza, approfondire il respiro invece che trattenerlo, provare a rilasciare la tensione invece che attivarci eccessivamente o congelarci.
Così il bambino può sentire la nostra presenza, il nostro ascolto e “si sente sentito”.
Rispondere in modo appropriato al pianto di memoria
Attraverso questo lavoro i genitori imparano una serie di modalità per poter rispondere in modo appropriato al pianto di memoria anche da soli, invece che usare le stesse strategie che utilizzano per il pianto del bisogno del momento presente, come il ciuccio, il seno o distraendo il bambino. Dopo un po’ di tempo il pianto di memoria diminuisce o scompare del tutto.
I benefici di questo lavoro
Quando i bambini vengono ascoltati con empatia accurata possono rilasciare tensione e liberarsi degli ormoni dello stress, quindi ad esempio rilassarsi con maggiore facilità e digerire o dormire meglio. Questo in genere ha conseguenze positive anche su tutte le altre aree di sviluppo.
I bambini che vengono ascoltati fin dall’inizio sviluppano maggiore autostima: imparano che il loro mondo, il loro ambiente può incontrare e ascoltare i loro bisogni, imparano che il mondo li considera degni di essere ascoltati.
Senza questa possibilità i bambini si sentono soli e non degni di attenzione: ciò che hanno vissuto, invece che essere espresso e rilasciato, rimane trattenuto nel corpo. I bambini imparano a trattenere le emozioni invece che esprimerle e trasformarle.
Ascoltare i bambini significa aiutarli a sentirsi al sicuro nel mondo anche in futuro, significa mantenere integro il loro potere, la loro vitalità, aiutarli ad avere fiducia in loro stessi e nella loro capacità di avere una voce nel mondo.
Ampliare lo sguardo attorno al bambino, comprendere e imparare ad ascoltare la sua storia è utile anche per i genitori: imparano a stare in relazione fra loro e col bambino in un modo diverso, prestando attenzione alle sensazioni, scoprendo le loro emozioni e contattando i loro bisogni. Spesso iniziano a comunicare in modo diverso rispetto a come facevano prima e sviluppano maggiore sicurezza nel loro nuovo ruolo.

Concludendo
L’approccio IBT aiuta i genitori a entrare in sintonia con il linguaggio nascosto dei loro bambini, a riconoscere e rispondere alle loro emozioni non espresse con le parole, e a creare un ambiente più empatico e sicuro. Ascoltare un bambino fin dall’inizio non solo favorisce il suo sviluppo sano, ma costruisce anche una relazione basata sulla fiducia e sulla consapevolezza.